Teatro Vascello

Stagione 2019 - 2020


VITTORIO VIVIANI - QUEL COPIONE DI...
14 novembre 2019 – 9 aprile 2020 Sala Mosaico tutti i giovedì alle h 18
VITTORIO VIVIANI
Quel copione di Shakespeare & Co
Le novelle italiane che fecero l’Europa
ovvero Prima l’Italiano!
20 giovedì al Teatro Vascello di Roma
Produzione La Fabbrica dell'Attore Teatro Vascello

Non solo Shakespeare ha copiato dalle novelle italiane ma anche altri celebri, e meno celebri, autori Elisabettiani, da Ben Jonson a Beaumont e Fletcher, a John Webster. Questo perché il valore delle novelle, con quella lingua e con quelle storie, era universale. E le novelle, come tutte le altre forme d’arte, raccontavano il famoso “Stile Italiano” a cui tutta l’Europa faceva riferimento. Valori come grazia, eleganza, cultura, buone maniere, e la “sprezzatura” di Baldassarre Castiglione (oggi diremmo, più o meno, “understatement”), sono i pilastri di questi gustosi, arguti ed esemplari racconti. Vale a dire, il “con-vivere civile”.
A quel tempo, gli europei, le corti europee, riconoscevano che veniva “prima l’italiano!”, inteso come lingua, con la quale si comunicava in tutto il continente, come arte e come cives. L’italiano faceva l’Europa unita.

Leggere queste novelle, da Boccaccio a tutti i novellieri rinascimentali, è anche un atto di orgoglio per recuperare un nostro primato.
Per difenderci e contrastare la barbarie che sempre più sembra montare.
Rinascimento come Risorgimento, per resistere a una decadenza che non meritiamo.

Queste novelle parlano, incredibilmente, di noi oggi. I temi sono la protervia del più forte, quasi sempre del maschio; la violenza sulle donne; la volontà delle donne di conquistare autonomia, libertà; l’ingordigia del più ricco, l’avarizia, le guerre. O, per converso, la pace; la necessità d’amore, di amicizia tra gli uomini; i modi eleganti e cortesi, il rispetto reciproco; la necessità dell’attività lavorativa, base della redistribuzione del benessere; e, soprattutto, raccontano dello spirito, dell’ironia che debbono sempre accompagnare l’azione umana. Le novelle raccontano quella che noi, oggi, chiamiamo democrazia.
Leggere queste novelle è anche un atto politico.
Come i famosi dieci giovani dell’inizio del Decameron, noi ci riuniremo, in un convivio, nelle sale del Teatro Vascello, per venti giovedì, per isolarci un attimo dalla peste della barbarie incombente al fine di ritrovare, raccontando queste storie, l’energia per affrontarla, quella peste. Col sorriso, l’arguzia, l’eleganza e col nostro Aperishakespeare finale. Vittorio Viviani interpreta e commenta le novelle italiane che fecero l’Europa.
Viviani accompagna il pubblico per un’ora di racconto affabulatorio, divertente ed emozionante, di sentimenti e di aneddotica, per esaltare il valore unico e la preziosa raffinatezza delle novelle italiane. E per la riscoperta della lingua vivida, espressiva, teatrale, moderna dei nostri novellieri.

IL PERCORSO
Al primo appuntamento partiremo dal racconto sulla peste a Firenze nel 1348 col mirabile reportage di Boccaccio nell’Introduzione alla Prima Giornata del Decameron.
I TEMI
IL RACCONTARE SALVA LA VITA
DEMAGOGIA DEL POTERE E ILLUSIONE
GELOSIA E POSSESSIVITÀ
VIOLENZA SULLE DONNE
BEFFE, BEFFATI E FAKE NEWS
FAMIGLIA ALLARGATA
LIBERTÀ D’AMARE
EROS, AMORE E GIOIA DI VIVERE




24 novembre 2019 h 18.00 – Flautissimo 2019
Avion Travel
Peppe Servillo, voce
Mimì Ciaramella, batteria
Peppe D’Argenzio, sax
Flavio D’Ancona, tastiere
Duilio Galioto, piano e tastiere
Ferruccio Spinetti, contrabbasso
A distanza di 15 anni dal loro ultimo album di inediti “Poco Mossi gli altri Bacini”, risalente al lontano 2003, gli Avion Travel tornano con “Privé”, un disco fedele allo spirito di produzione indipendente e alle atmosfere della trilogia composta da “Bellosguardo”, “Opplà”, “Finalmente Fiori” e realizzato dopo aver ricostruito lo staff operativo dei loro inizi, con Mario Tronco nel ruolo di produttore artistico e supervisore, oltre che di arrangiatore e musicista. Gli Avion Travel si sono ricongiunti in formazione originale per quello che è stato il Retour nel 2014, poi protrattosi fino agli inizi del 2017. Nell’estate dello stesso anno, dopo la scomparsa di Fausto Mesolella e un periodo di esitazioni e riflessioni, il tour è ripreso in quintetto con la new entry di Duilio Galioto alle tastiere.



MAI PIU' SOLI PROSA
dal 26 novembre al 1° dicembre 2019

martedì, mercoledì, giovedì e venerdì ore 21 - sabato ore 19 - domenica ore 17
Vincent Van Gogh L’odore assordante del bianco
di Stefano Massini
con Alessandro Preziosi, Francesco Biscione, Massimo Nicolini, Roberto Manzi, Alessio Genchi, Vincenzo Zampa

scene e costumi Crisolini Malatesta, disegno luci Valerio Tiberi, Andrea Burgaretta
musiche Giacomo Vezzani, supervisione artistica Alessandro Preziosi
regia Alessandro Maggi
una coproduzione Khora.teatro, TSA Teatro Stabile d’Abruzzo
prodotto da Alessandro Preziosi, Tommaso Mattei, Aldo Allegrini

personaggi e interpreti
Vincent Van Gogh Alessandro Preziosi
Dottor Peyron Francesco Biscione
Theo Van Gogh Massimo Nicolini
Dottor Vernon-Lazàre Roberto Manzi
Gustave Alessio Genchi
Roland Vincenzo Zampa
Voce Vincent bambino Davide Piccirillo

Testo vincitore del Premio Pier Vittorio Tondelli Riccione Teatro 2005

Le austere e slavate pareti di una stanza del manicomio di Saint Paul. Come può vivere un grande pittore in un luogo dove non c’è altro colore che il bianco? È il 1889 e l’unico desiderio di Vincent è uscire da quelle mura, la sua prima speranza è riposta nell’inaspettata visita del fratello Theo che ha dovuto prendere quattro treni e persino un carretto per andarlo a trovare. Attraverso l’imprevedibile metafora del temporaneo isolamento di Vincent Van Gogh in manicomio, interpretato da Alessandro Preziosi, lo spettacolo è una sorta di thriller psicologico attorno al tema della creatività artistica che lascia lo spettatore con il fiato sospeso dall’inizio alla fine. Il testo vincitore del Premio Tondelli a Riccione Teatro 2005 per la “…scrittura limpida, tesa, di rara immediatezza drammatica, capace di restituire il tormento dei personaggi con feroce immediatezza espressiva” (dalla motivazione della Giuria n.d.r.) firmato da Stefano Massini con la sua drammaturgia asciutta ma ricca di spunti poetici, offre considerevoli opportunità di riflessione sul rapporto tra le arti e sul ruolo dell’artista nella società contemporanea. Sospensione, labilità, confine: la scrittura di Massini, nella sua galoppante tensione narrativa, offre la possibilità di una vera e propria indagine in quei luoghi, accidentati e mobili, soggetti interni di difficile identificazione, collocati nel complesso meccanismo della mente umana. Il serrato dialogo, sottinteso, tra Van Gogh e suo fratello Theo, propone non soltanto un oggettivo grandangolo sulla vicenda umana dell’artista, ma piuttosto ne rivela uno stadio sommerso. “Van Gogh – sottolinea Alessandro Preziosi – assoggettato e fortuitamente piegato dalla sua stessa dinamica cerebrale si lascia vivere già presente al suo disturbo. È nella stanza di un manicomio che ci appare. Nella devastante neutralità di un vuoto”. E dunque, è nel dato di fatto che si rivela e si indaga la sua disperazione. Il suo ragionato tentativo di sfuggire all’immutabilità del tempo, all’assenza di colore alla quale è costretto, a quello strepito perenne di cui è vittima cosciente, all’interno come all’esterno del granitico “castello bianco” e soprattutto al costante dubbio sull’esatta collocazione e consistenza della realtà.



MAI PIU' SOLI PROSA
dal 3 all'8 dicembre 2019

martedì, mercoledì, giovedì e venerdì ore 21 - sabato ore 19 - domenica ore 17
Compagnia Scimone Sframeli, Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale,
Teatro Biondo Stabile di Palermo, Théâtre Garonne-scène européenne Toulouse

in collaborazione con Fondazione Campania dei Festival – Napoli Teatro Festival Italia
SEI
di Spiro Scimone
adattamento dei Sei personaggi in cerca d’autore di Luigi Pirandello
regia Francesco Sframeli
con Francesco Sframeli, Spiro Scimone, Gianluca Cesale, Giulia Weber, Bruno Ricci, Francesco Natoli, Mariasilvia Greco, Michelangelo Zanghì, Miriam Russo, Zoe Pernici
scena Lino Fiorito , costumi Sandra Cardini
disegno luci Beatrice Ficalbi , musiche Roberto Pelosi
durata 65 minuti

Scimone e Sframeli sono artisti molto amati e pluripremiati in Italia così come all’estero. Per la prima volta si misurano con Pirandello e con i Sei personaggi in una versione calorosamente festeggiata dal pubblico e dalla critica che, dopo una lunga tournée, arriva finalmente a Roma. E ciò che salta subito all’occhio è la capacità che i linguaggi dei due autori - diversi ma complementari - hanno di dialogare tra di loro. La commedia pirandelliana perde il suo alone di ancestrale moralismo e scopre invece i rapporti concreti tra le persone. Scimone lavora sulla parola, ‘ riscrivendo’ con grande fedeltà il testo originario, ma denunciandone apertamente quelle che oggi sarebbero inutili forzature. È lui stesso a interpretare il capocomico della compagnia in prova mentre Francesco Sframeli, che firma la regia, è un misuratissimo ‘padre’, ovvero il motore colpevole del dramma. Con loro in scena un folto gruppo di bravi ed affiatati interpreti tra i quali molti i giovanissimi. “Sei – affermano Scimone e Sframeli – nasce dal bisogno di mettere insieme il nostro linguaggio teatrale con la lingua del grande maestro. Durante il lavoro di elaborazione, abbiamo ridotto il numero dei personaggi, eliminato o aggiunto scene e dialoghi, sostituito qualche termine linguistico, ma senza stravolgere la struttura drammaturgica dell’opera originale.” “Siamo in un teatro, gli attori di una Compagnia, stanno per iniziare la prova di uno spettacolo che, forse, non debutterà mai. Improvvisamente un corto circuito lascia tutti al buio; il tecnico che dovrebbe riaccendere la luce non si trova e la luce arriverà solo con l’apparizione, in carne ed ossa, dei Sei Personaggi rifiutati e abbandonati dall’autore che li ha creati. I componenti della compagnia, sconvolti da questa improvvisa apparizione, pensano che i “Sei” siano solo degli intrusi o dei pazzi e fanno di tutto per cacciarli via dal teatro. Ma, quando il Padre, inizia il racconto del “dramma doloroso” che continua a provocare sofferenze, tensioni e conflitti familiari; l’attenzione e l’interesse da parte degli attori e del Capocomico, verso i personaggi, cresce sempre di più e l’idea di farli vivere sulla scena diventa sempre più concreta e necessaria. Vivere in scena non è solo il desiderio dei personaggi; è anche il sogno degli attori. Entrambi, sanno che la loro vita in scena può nascere solo attraverso la creazione di un rapporto, attori /personaggi, di perfetta simbiosi. Un rapporto che si crea, di volta in volta, di attimo in attimo, durante la rappresentazione. Nella rappresentazione è indispensabile la presenza dello spettatore. Ed è proprio l’autenticità del rapporto attore/personaggio/spettatore la vera magia del teatro che ci fa andare oltre la finzione e la realtà.”
Spiro Scimone Francesco Sframeli

Dalla rassegna stampa:
Splendido adattamento del testo pirandelliano. I Sei personaggi trovano l’autore: Spiro Scimone. Gianfranco Capitta, il manifesto

È bellissimo Sei di Spiro Scimone con Francesco Sframeli e un compagnia di attori, perlopiù giovani, di grande spessore. Il testo è asciugato, portato a una misura intima, profonda. Che dire di questo Pirandello filtrato da Scimone, acre umorista, che ci prende di sorpresa? Che piace. Un Pirandello fuori chiave, affrontato come “in digest” e con felice chiave umoristica come forse avrebbe desiderato il maestro. Se il ruolo dei personaggi e degli attori che dovrebbero rappresentarli è -per così dire- ridotto all’osso il senso del testo c’è per intero. L’apparizione dei personaggi è bellissima: appaiono come personaggi usciti da un quadro di Campigli della serie dedicata al circo. Maria Grazia Gregori, delteatro.it

Interpretato con sensibilità e maestria inarrivabile tutta a sottrarre da Francesco Sframeli, un Padre rintanato in se stesso, nell’errore e nella sofferenza, con il contraltare spudorato, ferino, ferito della giovane Figliastra di Zoe Pernici, una rivelazione di aggressività smarrita, in una compagnia perfetta nello stupore, nella brutale presa di coscienza che non sappiamo dove stia la recitazione e dove l’esibizione delle carni lacerate. Un capolavoro, finalmente. Massimo Marino, Doppiozero

Scimone Sframeli non hanno sostanzialmente alterato l’impianto del testo originale. L’hanno sfrondato, semplificato. E Scimone l’ha in parte riscritto, soprattutto per quanto riguarda il gergo degli Attori riportandolo a quelle sue costruzioni linguistiche ripetitive, un po’ da cunto popolare, senza coloriture dialettali ma improntate a cadenze sottilmente siciliane. Ma il vero prodigio di Scimone Sframeli e dei loro giovani compagni di lavoro consiste nel riuscire a far sembrare che questi fantasmi dell’immaginario siano del tutto inconsapevoli di appartenere a un testo che ha segnato la storia del teatro, senza l’aura di solennità che accompagna certe grandi interpretazioni pirandelliane. Renato Palazzi, il Sole24Ore

Perfetto meccanismo tra comicità e feroce ironia, i Sei personaggi pirandelliani esaltati da Scimone Sframeli.
Vincenzo Bonaventura, La Gazzetta del Sud



Progetti circo
12-13-14-15 dicembre 2019 giovedì e venerdì h 21 – sabato h 19 – domenica h 17

CIRCO EL GRITO
Uomo calamita
Scritto e diretto da: Giacomo Costantini
Con: Uomo Calamita, Wu Ming 2, Cloyne
Testo e libro originale: Wu Ming 2
Musiche: Fabrizio “Cloyne” Baioni
Ideazione e costruzione di macchinari: Simone Alessandrini
Occhio esterno: Giorgio Rossi
Occhio interno: Fabiana Ruiz Diaz
Consulenza alla drammaturgia: Luca Pakarov
Costumi: Beatrice Giannini
Luci: Domenico De Vita
Produzione: Circo El Grito
Coprodotto da: Fondazione Pergolesi Spontini, Sosta Palmizi
Realizzato grazie al sostegno del Ministero dei Beni Culturali e Regione Marche

Tra spericolate acrobazie, colpi di batteria e magie surreali, la voce dal vivo di Wu Ming 2 guida lo spettatore in un circo clandestino durante la seconda guerra mondiale: Uomo Calamita è la storia di un supereroe assurdo che combatte l’assurdità del fascismo.
“L’Uomo Calamita era diventato il bandito più
ricercato della zona, con un premio di dieci chili di sale
per chi forniva indicazioni utili alla sua cattura.
Si diceva che i nazisti, per scovarlo, avessero costruito
una bussola apposta, e trappole piene di rottami, per attirarcelo dentro.”

Wu Ming 2

Suggestioni magnetiche
Wu Ming Foundation e Circo El Grito incrociano i loro sentieri distillando un oggetto narrativo non identificato che contamina il linguaggio della pista e quello della carta, i funambolismi del corpo e quelli della lingua, le note di uno spartito con le frasi di un racconto e con i gesti di un circense. In scena vedrete l’Uomo Calamita alle prese con i suoi superpoteri. Che ci crediate o no, resterete col fiato sospeso mentre prova in segreto i suoi pericolosi esercizi di equilibrismo magnetico. E se non bastassero i suoi virtuosismi in altezza a farvi tremare le budella, ci penserà Cloyne che sulla batteria sfoga tutta la sua rabbia da quando i nazisti gli hanno ammazzato il fratello. Wu Ming 2 non solo racconta la loro storia ma ne prende parte. Sarà lui a cimentarsi in un esercizio dalla cui riuscita dipenderà la vita dell’Uomo Calamita. Siamo circensi, quando sfidiamo la morte lo facciamo sul serio: in uno dei suoi numeri l’Uomo Calamita è incatenato, appeso per i piedi, immerso dentro una vasca d’acqua. L’unica chiave capace di aprire il lucchetto che lo immobilizza è dentro una cassaforte che si aprirà solo se Wu Ming 2 riuscirà nell’esercizio di mentalismo.

Processo creativo
Lo spettacolo ideato da Giacomo Costantini, con la collaborazione di Wu Ming 2, ha assunto come modello di lavoro il dialogo tra il processo di creazione di un dramma circense e la costruzione del soggetto narrativo di un romanzo storico. I due autori si sono confrontati in un fecondo scambio durante due anni di creazione: se Costantini ha potuto appoggiarsi sugli approfondimenti storici e narrativi del libro in costruzione, Wu Ming 2 - man mano che avanzava con la scrittura - ha visto concretizzarsi in gesto circense l’universo che stava scrivendo. Prima che venisse conclusa la scrittura scenica dello spettacolo è stato coinvolto il compositore batterista Cloyne. In Uomo Calamita la musica è interamente eseguita dal vivo e, al pari del circo e della letteratura, è stata parte integrante del percorso di creazione dello spettacolo.



MAI PIU' SOLI PROSA
dal 17 al 22 dicembre 2019

martedì, mercoledì, giovedì e venerdì ore 21 - sabato ore 19 - domenica ore 17
Fotofinish
di Flavia Mastrella e Antonio Rezza
con Antonio Rezza
e con Ivan Bellavista

(mai) scritto da Antonio Rezza
allestimento Flavia Mastrella
assistente alla creazione Massimo Camilli
disegno luci Daria Grispino, macchinista Andrea Zanarini
organizzazione Stefania Saltarelli
produzione RezzaMastrella, La Fabbrica dell’Attore-Teatro Vascello

Il Teatro Vascello è la casa di Antonio Rezza e Flavia Mastrella, Leoni d’Oro alla carriera alla Biennale di Venezia 2018, quest’anno i due artisti tornano con tre diversi spettacoli: Fotofinish, Bahumut, Anelante.
Fotofinish, il primo spettacolo proposto, è la storia di un uomo che si fotografa per sentirsi meno solo.
Apre cosi` uno studio dove si immortala fingendosi ora cliente ora fotografo esperto.
E grazie alla moltiplicazione della sua immagine arriva a credersi un politico che parla alla folla.
Una folla che non c’e`.
Ma che lo galvanizza come tutte le cose che non avremo mai.
Tra un comizio e l’altro arriva a proclamarsi costruttore di ospedali ambulanti che si spostano direttamente nelle case dei malati.
E all’interno di questi ospedali c’e` sempre lui: sotto le vesti del primario, sotto quelle del degente e sotto quelle delle suore cappellone che sostituiscono la medicina con gli strumenti della fede. Ben presto, grazie all’inflazione della sua immagine, e` convinto di non essere piu` solo.
E continua nelle sue scorribande politiche delegando se stesso alla cultura per costruire impossibili cinema dove l’erotismo differisce dalla pornografia solo per qualche traccia labile di dialogo. E ipotizza incendi e sciagure, ipotizza uscite di sicurezza per portare in salvo lo spettatore medio che lui stesso rappresenta. Di tanto in tanto torna dal fotografo che e` per costringersi a scattarsi nuove foto. E impazzisce a poco a poco. Ma mai completamente.
Qualcuno poteva forse pensare che, col trascorrere degli anni, il fenomeno Antonio Rezza-Flavia Mastrella fosse destinato a trovare un po' di pace, se non il senso della ragione; e invece questa ragione ha sviluppato i suoi artigli fino a raggiungere la follia pura, ma elaborando il pensiero con un'acutezza così forsennatamente logica da fare a pezzi la sedicente realtà, assunta e cavalcata con criteri rigorosamente matematici.
Franco Quadri



dal 26 al 31 dicembre 2019 prosa
giov. 26/12/2019 h 21
ven. 27/12/2019 h 21
sab.28/12/2019 h 19
dom. 29/12/2019 h 17
lun.30/12/2019 h 21
mar.31/12/2019 h 21 speciale capodanno

BAHAMUTH
di Flavia Mastrella Antonio Rezza
con Antonio Rezza
e con Ivan Bellavista
e Neilson Bispo Dos Santos
liberamente associato al “Manuale di zoologia fantastica” di J.L. Borges e M. Guerrero
(mai) scritto da Antonio Rezza
habitat di Flavia Mastrella
assistente alla creazione Massimo Camilli
disegno luci Maria Pastore rielaborato da Daria Grispino
macchinista Andrea Zanarini
organizzazione Stefania Saltarelli
una produzione RezzaMastrella – La Fabbrica dell’Attore Teatro Vascello

Tre prologhi, un corpo
Un uomo steso fa le veci del tiranno.
E cede il passo all’atleta di Dio che volteggia sulle sbarre con le braccia della disperazione.
E poi un nano, più basso delle sue ambizioni, che usa lo scuro per fare, e la luce per dire.
Frattanto qualcuno cade dall’alto e si infila i piedi nella gola.
E quindi la realtà figurata delle vittime del povero consumo, connotate da assenza di astrazione, con il padrone unto dall’autorità del denaro.
Ma si affaccia Bahamuth, l’essere supremo, che dopo breve apparizione si sottrae al tempo e al giudizio. Mentre la merce si mescola a corpi fatti a pezzi.
Pezzi di uomo ancora da nascere ma già immolati alla meschinità costituita.
E viaggiatori dell’anima con il corpo stanco, alloggiati come bestie a copulare nel grande albergo della carne mozza. Intanto le sfilate della vanità su corpi zoppi e deceduti. E un amico che parla senza voce e sente senza orecchie. Ma il senso della vita si incontra solo all’infinito dove l’uomo fa la fine del capretto da sgozzare. Brufoli e depressioni tristemente accomunati con le bibite a ghiacciare le parole nella gola. Ma la corsa al vestire il corpo nudo e verme non da tregua all’uomo pellegrino, mentre le braccia del padrone, camuffate da proletariato, saltano al ritmo di una danza di classe. E l’orologio segna sempre l’ora in cui un passerotto castrato, si affaccia e grida la sua costernazione sotto forma di cucù, per poi rientrare diligente nella trappola del tempo. Editti a favore di chi non ha. Urla squassanti di chi non è. Urla come indiani, urla che non vengono capite perché non le si vuol capire.
Ma come Bahamuth sostiene il mondo, così le immagini si sovrappongono.
E il gran finale, con i personaggi a fare la figura degli sguatteri mentre l’autore che li muove è il gerarca dalla lingua biforcuta.
L’autore è il male dell’opera.

Dal giocattolo a Bahamuth
In una scatola appena accennata, un uomo trascorre l’agonia che lo porterà a una nuova vita fatta di rigurgiti tribali e storie passate, inquinate da problematiche contemporanee. Il lavoro di ideazione dello spazio scenico è durato due anni.
Ho concepito la scatola e gli altri elementi scultorei per l’allestimento scenico di Bahamuth
pensando a un grande giocattolo, sviluppando l’idea delle sculture in tasca * (una ricerca di
microscultura che porto avanti dal 2004). L’allestimento scenico è composto da pochi elementi –
L’abito rosa, in stoffa e metallo, spersonalizza la materia uomo, dando vita a un personaggio antropomorfo che si muove sul palcoscenico col carisma di un essere mitologico incline a problematiche conservatrici. Il volo è un elemento simile a un ventaglio ingigantito, azzurro e arancio di stoffa e legno: la scultura non riesce a decollare per motivi di spazio e diventa componente estetica, emblema della potenzialità ignorata…. I quadri di scena mutanti frammentano il corpo recitante che si moltiplica col movimento e racconta di un sé contaminato, reattivo fino allo sfinimento. Gli oggetti sono ridotti al minimo…Bahamuth vive di atmosfere e non considera gli orpelli che umanizzano la situazione giocattolo, e dirigono la percezione alla facile comprensione. La scatola, giocattolo di metallo, legno, stoffa verde e aria, determina un vincolo formale e provoca un’urbanizzazione dello spazio composto di piani d’aria, definiti da rette quasi mai parallele. Il giallo fluorescente delle aste, le dimensioni spropositate, i rapporti di equilibrio distorti, danno all’uomo d’oro, che vive l’ambiente, la possibilità di sfinirsi nell’immobilità e in seguito di estendersi e saltare affiancato dai due ragazzi blu, intesi come elementi dinamici. I due giovani mettono in moto le possibilità meccaniche della struttura, ruotano le ali leggere e svolazzanti che chiudono la scatola e si mostrano indaffarati intorno al fardello uomo, entrano in scena frantumando la solitudine del protagonista e la staticità della scultura. La scatola, elemento filiforme dall’equilibrio bizzarro, possiede solo l’illusione della chiusura, è vibrante nello spazio e soprattutto è dipendente alle sollecitazioni dell’umano. Antonio è partito dall’immobilità di un uomo steso.
La storia dello spettacolo è nel ritmo: i passi, le frasi, I frammenti narrati, sono tenuti assieme dal corpo – parola. Il susseguirsi delle vicende è una costruzione creata con le regole del montaggio cinematografico; Bahamuth si svolge in uno spazio esterno – interno che logora la percezione del tempo e lo reimposta. La sequenza drammaturgica è costruita mettendo in relazione i frammenti di storie con i movimenti e con i ritmi sonori della parola recitata in corsa. La triade parola – corpo - spazio si manifesta in forma biforcuta, a tratti sintetica e metaforica e in altri momenti estremamente rappresentativa.
La successione degli eventi nell’ambiente giocattolo, devia la percezione del reale dall’immagine persuasiva.

* le sculture in tasca sono materia appena accennata composta con il criterio del mare... con ironia parlano un linguaggio codificato nel particolare e stravolto nelle dimensioni Teatro leggero

L'allestimento scenico di Bahamuth è veloce da montare come Pitecus, Io e Fotofinish.
La stoffa e il metallo sono le materie che rispondono meglio alle mie esigenze di leggerezza.
In Bahamuth ho inserito anche degli elementi di legno per rafforzare la stabilità della scatola.
Questa innovazione nella materia mi ha molto divertito ed era necessaria affinché venisse fuori la forma del giocattolo con tutto il suo sapore.
La struttura mangia spazio e l’allestimento dell’ambiente che accoglie la rappresentazione, sono per me due opportunità scoperte nel 2003 con la nascita dello spettacolo Fotofinish Bahamuth mi ha permesso di sviluppare queste due intuizioni, ma mentre prima parlavo di estensione lineare ora affronto la capacità spaziale del singolo elemento scultoreo.
Flavia Mastrella

Come corpo pensavo
In quanto carne pensavo di conoscermi.
E invece mi sorprendo di come, ancora una volta, la mente mandi il corpo a soffrire per poi rintanarsi nella facilità del pensare.
Mi muovo da molto con le membra a sfiancare e quindi dovrei aver compreso l’indole del patimento.
Ma nel caso di Bahamuth ho scoperto che gli organi interni hanno una coscienza viva se sottoposti a un’andatura sussultoria e verticale. Nelle opere precedenti il mio incedere è stato lento nella sua difficile armonia e poi veloce nel pendolare circolare e incessante. Ma ciò che incessa quasi mai decessa e cioè, qualunque carne con le ossa attaccate si abitua se ben addestrata.
E quindi, dopo Fotofinish ero certo che il massimo del movimento fosse stato raggiunto.
Creare un qualcosa di più faticoso era arduo e poco intelligente.
Ma nella scatola le corse laterali me le son proibite dall’inizio. L’allestimento di Flavia Mastrella ha suggerito soluzioni azzardate.
E ho cominciato a fare del mio corpo un assoluto verticale, con salti da fermo e in progressione che danno il ritmo alle interiora.
E ciò lo percepisco mentre mi esibisco.
Sento il cuore affaticarsi e la milza intenerirsi, sento lo stomaco in subbuglio, per nulla offeso da un compito non suo.
Insomma avverto un corpo diverso, sottoposto alla trazione verticale che ne esalta l’allungarsi non della vita ma almeno delle membra tutte.
E mi sorprendo ancora di come, mentre la pelle se ne va a finire, la mente la costringa a spasmi insperati e vigorosi.
E per questo il pensiero è inferiore.

Come urla sentivo
L’ inserimento delle urla come suono costituisce il nuovo orecchio di uno spettacolo fatto per i soli occhi. Privilegio di chi vede è il non capire ciò che un altro fa. Le parole aiutano la miseria della media comprensione.
Le urla fanno la musica senza le mani. La gola non si suona con le dita a meno che non ci si voglia soffocare. E nessun urlo può essere raggiunto dalle mani, tirato fuori e mostrato a chi ci guarda.
Insomma con le urla ci si accorcia il patibolo. Ma questo sembra un atteggiamento pessimista di chi non ama la vita a sufficienza. E invece no, io amo fare quello che non si può comprendere.
In questa opera ultima le urla unificano le parole intere: le urla sono fatte solo di vocali allungate che cingono la preda del concetto e la mandano a morire nella testa di chi ignaro si attarda a capire.
Io sono il mio tamburo e mi suono al ritmo mio.
Antonio Rezza



PROSA
ven. 3/1/2020 h 21
sab. 4/1/2020 h 19
dom. 5/1/2020 h 17

ANELANTE
di Flavia Mastrella Antonio Rezza
con Antonio Rezza
e con Ivan Bellavista, Manolo Muoio,Chiara A. Perrini, Enzo Di Norscia
(mai) scritto da Antonio Rezza
habitat di Flavia Mastrella
assistente alla creazione Massimo Camilli
una produzione RezzaMastrella – La Fabbrica dell’Attore Teatro Vascello – Teatro Piemonte Europa
In uno spazio privo di volume, il muro piatto chiude alla vista la carne rituale che esplode e si ribella. Non c’è dialogo per chi si parla sotto. Un matematico scrive a voce alta, un lettore parla mentre legge e non capisce ciò che legge ma solo ciò che dice. Con la saggezza senile l’adolescente, completamente in contrasto col buon senso, sguazza nel recinto circondato dalle cospirazioni. Spia, senza essere visto, personaggi che in piena vita si lasciano trasportare dagli eventi, perdizione e delirio lungo il muro. Il silenzio della morte contro l’oratoria patologica, un contrasto tra rumori, graffi e parole risonanti. Il suono stravolge il rimasuglio di un concetto e lo depaupera. Spazio alla logorrea, dissenteria della bocca in avaria, scarico intestinale dalla parte meno congeniale.



MAI PIU' SOLI PROSA
dal 10 al 16 gennaio 2020 (17, 18 e 19 gennaio repliche fuori abbonamento)
martedì, mercoledì, giovedì e venerdì ore 21 - sabato ore 19 - domenica ore 17

La tempesta
di William Shakespeare
traduzione Nadia Fusini
adattamento Roberto Andò e Nadia Fusini
regia Roberto Andò
scena Gianni Carluccio
costumi Daniela Cernigliaro
musiche originali Franco Piersanti
flautista Roberto Fabbriciani
light designer Angelo Linzalata
suono Hubert Westkemper

personaggi e interpreti
(in ordine di apparizione)
Prospero Renato Carpentieri
Miranda Giulia Andò
Ariel Filippo Luna
Calibano Vincenzo Pirrotta
Ferdinando Paolo Briguglia
Gonzalo Iris Fabrizio Falco
Trinculo Antonio Paride Benassai
Stefano Alonzo Gaetano Bruno

collaborazione artistica Alfio Scuderi
aiuto regia Luca Bargagna
scenografi realizzatori Giuseppe Ciaccio, Sebastiana Di Gesù, Carlo Gillè
assistente ai costumi Agnese Rabatti
il regista ringrazia per la collaborazione Alex Vella
produzione Teatro Biondo Palermo

La tempesta, ultimo capolavoro di William Shakespeare e suo definitivo congedo dalle scene, è un congegno teatrale prodigioso, in cui s’incrociano alcuni temi che prefigurano l’orizzonte della modernità: lo sguardo occidentale a confronto con quello dell’altro, la realtà e l’illusione, l’incantesimo della mente e il potere come complotto e usurpazione, il mistero della giovinezza e l’incombere della fine. Roberto Andò - regista abituato a muoversi agilmente tra cinema e teatro - rilegge La tempesta attraverso il fluire, grandioso e imprevedibile, della mente di Prospero, assecondando l’incedere minuzioso e incalzante del suo piano per congedarsi dal mondo e iniziare la figlia Miranda al mistero dell’esistenza. Protagonista è Renato Carpentieri, un attore giunto alla sua piena maturità, qui affiancato da un cast di eccellenti interpreti. Scrive Andò nelle sue note: “penso che La tempesta sia un geniale omaggio al teatro, e una delle commedie più profonde che siano state dedicate al senso della vita. È l’opera della rigenerazione, dove il naufrago, il disperso, l’usurpato ritrovano il filo interrotto delle loro esistenze. Se c’è una ragione per cui ancora oggi questa commedia ci parla, è nell’idea, per nulla semplice o banale, che l’essere umano sia destinato a convivere con la tempesta, e che dopo ogni tempesta debba fare chiarezza dentro di sé. La tempesta appartiene a quel florilegio di opere accomunate dalla tardività, affratellate cioè da uno stile attraverso cui autori diversi hanno espresso in forma drammatica il proprio rapporto col mondo. Nel capolavoro di Shakespeare, apparentemente, tutto sembra destinato alla conciliazione, non a caso si tratta di una favola. Eppure, anche nella Tempesta domina il tono della retrospezione, ma il poeta vi trasfonde uno spirito nuovo, di pietosa serenità, e la fa coincidere con la metamorfosi degli esseri umani che vi sono rappresentati. Nella visione che abbiamo voluto darle con Gianni Carluccio, l’isola è diventata una casa disastrata (allagata dalla pioggia e dal mare?), di cui Prospero ha fatto il laboratorio di una speciale esplorazione dell’anima, un interno-esterno circondato da un mare all’inizio in tempesta, poi calmo, e, alla fine, quando Calibano resta il solo abitante dell’isola, di nuovo in preda a un disordine di cui non si prefigura l’esito. Renato Carpentieri, un attore giunto all’essenza del suo grandissimo talento, mi dà la certezza di un Prospero memore di quell’accento che ancora si ritrova in certi preziosi, e isolati, intellettuali del Sud, mossi da una disperata intelligenza, e, insieme, da una infinita disposizione al fantasticare, offesi dall’intollerabilità del reale, ma vocati a una dolente dolcezza, a un indomabile furore”.

Dalla rassegna stampa
Una valanga di applausi, successo per Carpentieri-Prospero e Filippo Luna-Ariel, stralunato e aereo. Vincenzo Pirrotta è calibano, “cannibale” perfetto. Splendide le scene di Gianni Carluccio, sostanza stessa dello spettacolo.
Maria Lombardo, La Sicilia

Spettacolo elegante e ricco di spunti visionari. Prova di alta maturità di Renato Carpentieri. Calda è la lettura di Roberto Andò, un omaggio alla teatralità di elegante fattura e denso di suggestioni visive che si avvale di un ottimo cast.
Giudo Valdini, La Repubblica Palermo

Uno spettacolo di grande impatto, Andò ci restituisce appieno il senso del viaggio nella coscienza, del percorso interiore di un uomo piegato dalla sorte.
Giuseppe Distefano, cittànuova



27 gennaio 2020 lunedì h 21 PROGETTI MUSICA
CALENDARIO CIVILE CIRCOLO GIANNI BOSIO
LA MAMMA STA TORNANDO, POVERO ORFANELLO
La giornata della Memoria
di Jean Claude Grumberg
versione italiana di Giacoma Limentani
con: Emanuele Carucci Viterbi, Giovanna Daddi, Dario Marconcini
canzoni: Viviana Marino
regia: Dario Marconcini con la collaborazione artistica di Stefano Geraci
produzione: Ass.ne Teatro Buti
illuminazione e scene: Riccardo Gargiulo con la collaborazione di Maria Cristina Fresia

Un bambino di 62 anni chiama sua madre, vorrebbe tanto che lo prendesse per mano e trascorressero insieme una domenica felice. Delle voci gli rispondono, dei personaggi gli appaiono: la madre con i suoi rimproveri, un Dio che può far ben poco, un anestesista inquietante, un invadente direttore di una casa di riposo e, infine, il padre che non ha mai conosciuto e che gli chiede come vanno ora le cose nel mondo, dopo il nazionalismo, la caccia ai diversi, i campi di concentramento...

Grunberg è autore tragico della più nobile tradizione ebraica dove la memoria e l'ironia si confondono senza derisioni e esagerazioni. E' un autore che pur portando su di se' i segni della discriminazione subita da bambino, della solitudine e del dolore (suo padre, sarto ebreo, morì in un campo di sterminio), nei suoi scritti adotta uno stile delicato dove il passato è come rimosso, mai citato, ma che inconsapevolmente, dalle domande, dalle ansie, dalle nenie, dai ricordi, riaffiora tenero e spietato pur ovattato e nascosto da un sorriso amaro. Con "La mamma sta tornando povero orfanello " continua la nostra ricerca su testi di autori del 900 poco conosciuti e poco rappresentati in Italia.



MAI PIU' SOLI PROSA
dal 28 gennaio al 2 febbraio 2020

martedì, mercoledì, giovedì e venerdì ore 21 - sabato ore 19 - domenica ore 17
La Locandiera
di Carlo Goldoni
regia Andrea Chiodi
con (in ordine alfabetico)
Caterina Carpio, Caterina Filograno, Tindaro Granata, Mariangela Granelli, Fabio Marchisio
scene e costumi Margherita Baldoni, assistente alla regia Maria Laura Palmeri, disegno luci Marco Grisa musiche Daniele D'Angelo, realizzazione costumi Maria Barbara de Marco produzione Proxima Res

Sorprende e a fa sorridere La locandiera, apparente, spensierata commedia amorosa, classico goldoniano dal carattere universale e squisitamente moderno, nella versione della Compagnia Proxima Res di Tindaro Granata. L’astuzia, la diplomazia e le debolezze del cuore della donna sono i temi che danno ritmo a questa brillante edizione, fedele all’originale, ma non priva di trovate che la rendono una piacevole novità. Un allestimento essenziale ma formalmente elegante e curato, un affiatato gruppo di interpreti, una recitazione fresca e vivace fanno il resto. Nei suoi Memoires Carlo Goldoni racconta di essersi avvicinato al teatro da bambino, giocando con delle poupettes. È così che Andrea Chiodi ha immaginato di far interagire gli attori con delle piccole bambole, per rappresentare in modo efficace i rapporti tra i personaggi di questa straordinaria macchina teatrale. “E’ una locandiera che agisce tutta intorno ad un grande tavolo - spiega il regista nelle sue note - tavolo da gioco e tavolo da pranzo, così chiaro il che cosa avviene sopra e meno chiaro che cosa avviene sotto; una locandiera che è sicuramente la rappresentazione del Don Giovanni letterario ma al femminile, con i personaggi che appaiono e scompaiono tra una moltitudine di costumi del repertorio del teatro di Goldoni”.

Dalla rassegna stampa:
“Questa rappresentazione nitidamente stilizzata è piacevole ed elegante e gli attori vi si inseriscono con una vivace adesione: Mariangela Granelli è una Mirandolina di forte personalità, spavaldamente manipolatrice fin quasi al limite del cinismo, Emiliano Masala un Ripafratta a suo modo amarognolo, sottilmente malinconico, mentre Tindaro Granata conquista la platea divertendosi a disegnare un marchese di Forlimpopoli sul filo di una travolgente esuberanza istrionica, e Caterina Carpio e Francesca Porrini si moltiplicano con la consueta verve nel dare vita ai restanti personaggi ”.
Renato Palazzi, delteatro.it

“Riecheggiano canzoni popolari fiorentine della prima metà del novecento a ricordare l’ambientazione toscana. In questo ambiente essenziale ma ricercato si muovono gli attori nel costruire gli intrighi della commedia, tra esilaranti caricature, abili cambi di ruolo e affascinanti caratterizzazioni dei personaggi. A movimentare la scena dei giochi amorosi giungono anche due commedianti sotto false spoglie, Ortensia e Dejanira, le quali offrono al pubblico, insieme al Marchese, momenti di assoluta comicità”.
Camilla Lama, teatro.perinsala.it

“Non è l’intera opera a essere rappresentata, ma solo alcune delle scene più celebri, introdotte dalle parole del loro ideatore. Nelle sue Memoireis, pubblicate nel 1787, Goldoni si lascia infatti trasportare dai ricordi, fornendo una sincera analisi dei suoi personaggi, fra cui Mirandolina… l’impressione, è di essere in una grande sartoria teatrale nella quale, finito il lavoro ordinario, i vestiti di scena prendono vita e raccontano essi stessi le storie per cui sono stati creati”.
Giada Marcon, Scene contemporanee.it

“C’è poco da fare: quando c’è un’idea precisa dietro a una messa in scena e quando la direzione registica ha perfettamente chiaro dove voglia andare a parare e padroneggi gli strumenti per farlo, il resto ne consegue. Così qui Andrea Chiodi sceglie di rappresentare quel gran teatro che sono i rapporti umani e lo fa attraverso il minuetto farsesco dell’annoiato gioco di una locandiera, che, corteggiata, adorata e omaggiata dai suoi avventori, s’incapriccia nel far innamorare giusto il solo che le ostenta misoginia.
Francesca Romana Lino, Rumor(s)cena



MAI PIU' SOLI PROSA
dal 4 al 9 febbraio 2020

martedì, mercoledì, giovedì e venerdì ore 21 - sabato ore 19 - domenica ore 17
DIO RIDE
Nish Koshe
di e con Moni Ovadia
e con le musiche dal vivo della Moni Ovadia Stage Orchestra
Maurizio Dehò, Luca Garlaschelli, Albert Florian Mihai, Paolo Rocca, Marian Serban
luci Cesare Agoni, Sergio Martinelli

scene, costumi ed elaborazione immagini Elisa Savi
progetto audio Mauro Pagiaro
regia Moni Ovadia
produzione CTB Centro Teatrale Bresciano, Corvino Produzioni

È sul modello di Oylem Goylem, di cui ricorre il 25° anniversario, il nuovo spettacolo di Moni Ovadia Dio ride il cui sottotitolo, Nish Koshe in yiddish vuol dire “così così”.
Protagonista è il vecchio ebreo errante, con nuove storie e nuove musiche eseguite dal vivo da un gruppo di cinque straordinari musicisti: «Una zattera in forma di piccola scena approdava in teatro venticinque anni fa – scrive Ovadia – trasportava cinque musicanti e un narratore di nome Simkha Rabinovich, che raccontava storie di gente esiliata e ne cantava le canzoni. Dopo un quarto di secolo, Simkha e i suoi compagni tornano per continuare la narrazione di quel popolo in permanente attesa, per indagarne la vertiginosa spiritualità con lo stile che ha permesso loro di farsi tramite di un racconto impossibile eppure necessario, rapsodico e trasfigurato, fatto di storie e canti, di storielle e musiche, di piccole letture e riflessioni alla ricerca di un divino presente e assente, redentore che chiede di essere redento nel cammino di donne, uomini e creature viventi verso un mondo di giustizia e di pace». Sul palco con Ovadia - autore, interprete e regista - ci sono i musicisti della Moni Ovadia Stage Orchestra (Maurizio Dehò, Luca Garlaschelli, Albert Florian Mihai, Paolo Rocca e Marian Serban), che suonano dal vivo.
Artista ironico e auto-ironico, narratore dotato di una lucidità e di una profondità fuori dal comune e intellettuale poliedrico, Ovadia ha alle spalle una solida carriera artistica, quasi interamente dedicata alla conservazione e alla diffusione dell’antica cultura yiddish e dell’Europa dell’Est. Bulgara la nascita, greco-turca la famiglia del padre, ebraico-serba quella della madre. questo il suo albero genealogico: un crocevia di culture che dalla biografia si riflette sulla vocazione artistica.


Dalla rassegna stampa:
Gli anni passano per tutti e la “terra promessa” cambia i suoi confini ma la maestria e l’intimo divertimento che Moni Ovadia mostra in scena quando maneggia l’amato impasto di cultura yiddish e musica klezmer non perdono di smalto e sono ancora capaci di sorprendere ed emozionare.
Maria Grazia Gregori, delteatro.it

Dio Ride-Nish Koshe (così, così) di Moni Ovadia segue le orme di Oylem Goylem, una immersione nella cultura ebraica della diaspora e dell’esilio espressa in yiddish e con la musica Klezmer, una panoramica di umorismo, battute fulminanti e citazioni dotte… Ne risulta un affresco nostalgico di un mondo di riso e di pianto, di pensiero e d’intelligenza.
Magda Poli, Il Corriere della sera



Dal 17 al 23 febbraio 2020 PROSA
FABRIZIO GIFUNI
Lun. 17/2/2020 h 21

Fabrizio Gifuni
Fatalità della rima
Fabrizio Gifuni legge Giorgio Caproni

ideazione e drammaturgia Fabrizio Gifuni
Fabrizio Gifuni ci accompagna da anni in un sorprendente viaggio nel multiforme corpo della lingua italiana.
Le “officine di lavoro sempre aperte” di Gadda e Pasolini, ma anche il mondo di Pavese o la “carne che si rifà verbo” nella dirompente forza della lingua di Testori. Senza mai dimenticare Dante.
A questo spartito appassionato e vitale non poteva mancare la musica leggera e profondissima di Giorgio Caproni.
Un’incursione nella selva acuta dei suoi pensieri, nella fatalità della rima, nelle segrete gallerie dell’anima di uno dei più grandi poeti del ‘900 italiano.
18-23 febbraio 2020 Con il vostro irridente silenzio (spettacolo inserito in abbonamento fisso)



MAI PIU' SOLI PROSA
dal 18 al 23 febbraio 2020

martedì, mercoledì, giovedì e venerdì ore 21 - sabato ore 19 - domenica ore 17
Con il vostro irridente silenzio
Studio sulle lettere dalla prigionia e sul memoriale di Aldo Moro
ideazione e drammaturgia di Fabrizio Gifuni
Si ringraziano
Nicola Lagioia e il Salone internazionale del Libro di Torino
Christian Raimo per la collaborazione
Francesco Biscione e Miguel Gotor per la consulenza storica

Aldo Moro durante la prigionia parla, ricorda, scrive, risponde, interroga, confessa, accusa, si congeda. Moltiplica le parole su carta: scrive lettere, si rivolge ai familiari, agli amici, ai colleghi di partito, ai rappresentanti delle istituzioni; annota brevi disposizioni testamentarie. E insieme compone un lungo testo politico, storico, personale – il cosiddetto memoriale – partendo dalle domande poste dai suoi carcerieri. Le lettere e il memoriale sono le ultime parole di Moro, l’insieme delle carte scritte nei 55 giorni della sua prigionia: quelle ritrovate o, meglio, quelle fino a noi pervenute. Un fiume di parole inarrestabile che si cercò subito di arginare, silenziare, mistificare, irridere. Moro non è Moro, veniva detto. La stampa, in modo pressoché unanime, martellò l’opinione pubblica sconfessando le sue parole, mentre Moro urlava dal carcere il proprio sdegno per quest’ulteriore crudele tortura. A distanza di quarant’anni il destino di queste carte non è molto cambiato. Poche persone le hanno davvero lette, molti hanno scelto di dimenticarle. I corpi a cui non riusciamo a dare degna sepoltura tornano però periodicamente a far sentire la propria voce. Le lettere e il memoriale sono oggi due presenze fantasmatiche, il corpo di Moro è lo spettro che ancora occupa il palcoscenico della nostra storia di ombre. Dopo aver lavorato sui testi pubblici e privati di Carlo Emilio Gadda e Pier Paolo Pasolini, in due spettacoli struggenti e feroci, riannodando una lacerante antibiografia della nazione, Fabrizio Gifuni attraverso un doloroso e ostinato lavoro di drammaturgia si confronta con lo scritto più scabro e nudo della storia d’Italia.



PROGETTI DANZA
25-26-27-28 febbraio h 21 – 29 febbraio h 19 – domenica 1° marzo h 17

BALLETTO DI ROMA
Sogno, una notte di mezza estate
coreografia Davide Valrosso
Atto unico per 8 danzatori: 4 uomini e 4 donne
In co-produzione con il Festival Oriente Occidente – CID Centro Internazionale della Danza
“Sogno di una notte di mezza estate” è una delle opere più affascinanti di William Shakespeare, una commedia immersa in un’atmosfera fantastica, capace di suscitare emozioni e meraviglia. In principio l’opera fu destinata a rappresentazioni private, mentre più tardi il testo fu riadattato come spettacolo pubblico. In bilico tra questa dimensione intima e collettiva, tra surrealismo e folklore, la Compagnia del Balletto di Roma dà origine alla storia fantastica e tenebrosa di coppie d’innamorati che si perdono e s’inseguono in un bosco labirintico, fatto d’insidie e seduzioni.

La creazione di Davide Valrosso riflette su due temi fondamentali: la magia e il sogno. Magia non è altro che l’amore, simboleggiato nella commedia dal succo di un fiore magico che agisce sugli occhi: è, infatti, con lo sguardo che ci s’innamora per la prima volta scrutando l’oggetto del desiderio. Altro tema è il sogno, preponderante a tal punto che realtà e fantasia arrivano a confondersi, amplificando lo sguardo su un accadimento a-temporale. L’elemento onirico è reso dalla presenza di corpi vivi e impalpabili che danzando animano Puck, creatura irreale ma sempre presente che muove, a volte anche senza volerlo, i fili delle relazioni umane. Puck è vitalità e caos, gioco e divertimento, senza cattiveria. Puck è l’infante irruento e scherzoso che è dentro ognuno di noi.

In termini coreografici la cifra chiave è da ricercarsi in un passaggio fluido da elementi accademici a una danza più materica: tracciati ambivalenti che si nutrono l’uno dell’altro, in un migrare continuo dall’etereo al corporeo. Attraverso un focus intermittente su situazioni scelte, le azioni si sovrappongono come in una dissolvenza incrociata, inglobando sguardi densi d’immaginazione, in un’esperienza di visione che invita continuamente a “giocare di fantasia”. Danzatori in colori pastello e scena di un bianco sognante s’immaginano immersi nella stessa sostanza, fatta di materiali sottili che sussurrano e non descrivono. La coreografia dei duetti e delle parti di gruppo amplifica una densità di presenza voluminosa abbastanza da donare al corpo e alla scenografia una consistenza tangibile e insieme immateriale: saranno gli spiriti irreali dei personaggi a concretizzarsi in un mondo del tutto surreale, ma che ci parla da vicino.

Shakespeare ci fa intuire quanto noi esseri umani siamo insignificanti di fronte a cose che non possiamo in alcun modo controllare. Ci fa riflettere su come il caos possa essere artefice del nostro destino, poiché nulla possiamo fare - almeno apparentemente - per contrastarlo. Attraverso la danza del suo “Sogno, una notte di mezza estate” Valrosso ci suggerisce di coltivare il senso trasformativo di questo caos fatto d’inganni, gelosie e tenerezze, accogliendo il potere che pensieri, parole e gesti hanno di farci abbandonare inesorabilmente alla bellezza.



PROGETTI MUSICA
6-7-8 marzo 2020 venerdì h 21 – sabato h 19 – domenica h 17

SCUOLA POPOLARE DI MUSICA DONNA OLIMPIA
ORCHESTRA DI VILLA PAMPHILIJ
PRIMA ASSOLUTA
Lucignolo e gli altri
di Fabrizio Cardosa
Singspiel originale per soli, cori e orchestrav diretto da Fabrizio Cardosa
una coproduzione
Scuola Popolare di Musica Donna Olimpia
Teatro Vascello
Teatro Villa Pamphilj
Vocale Moderno diretto da Cecilia Amici
Coro Giovanile diretto da Maria Grazia Bellia e Marzia Mencarelli
Coro Polifonico diretto da Fabrizio Cardosa
Cori Junior diretti da Maria Grazia Bellia
Cori Junior diretti da Camilla Di Lorenzo

Pinocchio e Lucignolo aspettano il carro trainato dai ciuchini che porta al Paese dei Balocchi; ma il burattino questa volta non si farà tentare dall’omino a cassetta e seguirà il consiglio della Fatina di diventare un bravo bambino. Anche il luogo immaginato da Collodi è qui diventato una città un po’ pazza dove ogni bizzarria è possibile e in cui i più grandi tra il pubblico potranno cogliere divertenti riferimenti alla realtà odierna tra personaggi inverosimili e colpi di scena che faranno anche pensare.



MAI PIU' SOLI PROSA
dal 10 al 15 marzo 2020

martedì, mercoledì, giovedì e venerdì ore 21 - sabato ore 19 - domenica ore 17
SCANNASURICE
di Enzo Moscato
regia Carlo Cerciello
con Imma Villa
scene Roberto Crea
costumi Daniela Ciancio
suono Hubert Westkemper
musiche originali Paolo Coletta
disegno luci Cesare Accetta
produzione Elledieffe, Teatro Elicantropo

Premio Mario Mieli 2018 ad Imma Villa come Miglior interprete
Premio Le Maschere del Teatro Italiano 2017 ad Imma Villa come Miglior interprete di monologo
Premio della Critica (A.N. C. T.) 2015 come Miglior spettacolo
Premio Annibale Ruccello 2015
Premio PulcinellaMente 2015


Scannasurice è il testo che nel 1982 segnò il debutto di Enzo Moscato come autore e interprete. Nel 2015 è stato messo in scena da Carlo Cerciello che ne ha affidato l’interpretazione a una straordinaria Imma Villa (Premio Le Maschere 2017 e Premio Mieli 2018 come Migliore Interprete) ed è diventato negli anni un apprezzato piccolo “cult”. Si è aggiudicato anche il Premio della Critica: Per essere sintesi preziosa ed evocativa tra un testo – quello potente di Enzo Moscato, immagine di una città terremotata e fragile nelle fondamenta della sua articolata struttura così come della sua identità –, un’interpretazione poeticamente superba nella sua drammaticità – quella di Imma Villa, la cui maestria d’attrice restituisce realismo e intensità al personaggio che interpreta con vibrante tensione –, e una regia complessa e accurata – firmata Carlo Cerciello – in grado di valorizzare ogni sua singola componente e, nella sua unitarietà, porsi quale virtuale luogo teatrale e reale, in cui l’estetica si fonde con la recente storia napoletana […].

Ambientato dopo il terremoto del 1980 a Napoli, Scannasurice è una sorta di discesa agli “inferi”, di un personaggio dall’identità androgina, nell’ipogeo napoletano dove abita, all’interno di una stamberga, tra gli elementi più arcani della napoletanità, in compagnia dei topi - metafora dei napoletani stessi - e dei fantasmi delle leggende metropolitane partenopee, dalla Bella ‘mbriana al Munaciello, tra spazzatura e oggetti simbolo della sua condizione, alla ricerca di un’identità smarrita dentro le macerie della storia e della sua quotidianità terremotata, fisicamente e metafisicamente. Il personaggio fa la vita, “batte”. E’, originariamente, un “femminiello” dei Quartieri Spagnoli di Napoli, ma i femminielli di Enzo Moscato sono creature senza identità, quasi mitologiche. Oltre l’identità sessuale, sono quasi magiche. Per questo ne è interprete un’attrice che del personaggio esalta l’ambiguità e l’eccesso. In un dialetto lirico e suggestivo, la creatura a metà tra l’osceno e il sublime distilla imprecazioni esilaranti, filastrocche popolari e antiche memorie in un’alternanza di ritmi e di sonorità rendendo un testo ed uno spettacolo propriamente caratterizzato dalla parola profondamente affascinante. Cerciello coniuga qui i due finali scritti da Moscato in due momenti successivi: il primo nel 1982, il secondo, su impulso di Annibale Ruccello che ne fece la regia due anni dopo. Di una morte simbolica comunque si tratta, nel segno di un pessimismo che lascia poche vie di fuga.

DALLA RASSEGNA STAMPA
[...] straordinaria Imma Villa. Grazie a lei il pubblico, emozionato, commosso, turbato, ferito, esaltato, scopre la gioia ed il dolore di condivisioni che a volte ci concede il teatro. Accade raramente ed è un prodigio ed un dono. E gli applausi sembra non debbano mai avere fine.
Giulio Baffi, la Repubblica

Uno spettacolo che onora la drammaturgia, e la sonorità fosca d'un dialetto lirico.
Rodolfo Di Giammarco, la Repubblica

[...] Una lingua aperta alla contaminazione, che danza in maniera vitale con le parole per ricomporre un universo suo proprio. E non a caso si esprime nella forma pre-drammatica del monologo che impegna l'interprete, una bravissima Imma Villa, a innescare un dialogo continuo con lo spettatore.
Gianni Manzella, il Manifesto

Cerciello, ancora una volta con lucida intelligenza, punta sulla radicalizzazione del dettato moscatiano [...] un'Imma Villa semplicemente strepitosa: carnale, ironica rabbiosa, sperduta e tenerissima, dona una sanguigna e appassionata verità sia ai tarocchi che Cerciello le fa appendere a una corda per richiamare con altrettanta ironia i proverbiali panni stesi ad asciugare sia alla Bella 'Mbriana e al Munaciello evocati da Moscato come vie di fuga dalle macerie della realtà.
Enrico Fiore, Il Mattino

E' invece già un piccolo classico Scannasurice di Enzo Moscato interpretato da una straordinaria Imma Villa [...] Testo bellissimo e spettacolo fascinoso.
Gianfranco Capitta, il Manifesto

Scannasurice di Moscato si basa su un’efficace invenzione visiva (…) la bravissima Imma Villa striscia evocando una figura dall’incerta connotazione sessuale. Il virtuosismo verbale dell’attrice fa del napoletano stretto una musica incalzante, ma in gran parte insondabile.
Renato Palazzi, Sole 24 ore

Sono ticinese. Eppure ho assaporato ogni parola, ogni gesto E ho capito le parole, aiutate dal gesto scenico. Ho capito i pensieri, coinvolti dalla forza attoriale. Ho capito la tradizione, seppur lontana dalla mia.
Roberta Niccolò, Timmagazine Lugano



MAI PIU' SOLI PROSA
dal 24 al 29 marzo 2020

martedì, mercoledì, giovedì e venerdì ore 21 - sabato ore 19 - domenica ore 17
FILO FILO’
di e con Marco Paolini
assistenza alla regia Silvia Busato audiovisivi e luci Michele Mescalchin fonica Piero Chinello
direzione tecnica Marco Busetto
prodotto da Michela Signori
produzione JOLEFILM

Atteso ritorno a Roma di Marco Paolini con Filo filò, nuova tappa del suo teatro di parola, che ispirandosi alle tradizionali veglie serali dove gli anziani si riunivano per raccontare storie uniche e preziose, prova a riflettere a voce alta su come la vita di tutti noi sta cambiando, grazie o per colpa delle tecnologie, che derivano dalle innovazioni e di cui facciamo uso quotidianamente. “Non sono un esperto di Internet, non sono un utente dei social – spiega Paolini in una nota- non conosco la meccanica quantistica, ne´ le Neuroscienze e la fisica, ne´ la robotica e le intelligenze artificiali. Ma tutto questo mi riguarda e mi interessa. So che la mia vita sta cambiando grazie o per colpa delle tecnologie che da queste innovazioni derivano e di cui faccio uso anch’io come i miei simili”. Uno spettacolo dunque per riflettere a voce alta che mette insieme piccole storie unite da un filo di ragionamenti.
La globalizzazione, Internet, l’intelligenza artificiale, la bioingegneria producono accelerazione e discontinuità che danno eccitazione e disorientamento, stupore e nuove abitudini. Le nuove applicazioni hanno bisogno di acceleratori, di incubatori di idee. Allora il filò a teatro serve a rallentare il flusso, a unire i puntini attraverso la forza dell’oralità. Una forma magra di teatro, senza scena e senza personaggi, non una storia ma un filo di storie tenuto insieme con mestiere (quel che basta) e necessità (quella non manca). Come spiega il poeta Andrea Zanzotto il filò era nel Veneto «una veglia contadina nelle stalle durante l’inverno ma anche l’interminabile discorso che serve a far passare del tempo… e niente altro». Un passatempo, non uno spettacolo quindi. Un racconto dialogante nelle intenzioni di chi lo propone oggi a teatro, un invito agli spettatori a far filò insieme.

Filo da perdere ogni tanto per passatempo, ma da ritrovare per far filò.
Filo di lana che lega i discorsi per farli diventare storie che passino di bocca in bocca, di sera in sera, anche per non perdere il filo del presente e per provare a costruire un futuro condivisibile come chiedono con forza le nuove generazioni agli adulti. E non solo per il clima ma anche per l'aria che tira su tutto il resto.
Marco Paolini



PROGETTI MUSICA
dal 1° al 5 aprile 2020 mercoledì – giovedì – venerdì h 21 - sabato h 19 – domenica h 17

NANDO CITARELLA - LA PARANZA
Di Voce in Voce (Cunti tra Cibo e Canti dell'Antico Mare)
L'uomo ha sempre amato.
Raccontar storie su musiche e parole che si intrecciano ponendo in primo piano le affinità piuttosto che le differenze tra Parola-Musica e Movimento nelle diverse lingue e nei dialetti dell'antico mare, il Mare delle Culture che unisce piuttosto che separare i popoli che lo abitano. Dalle fiabe italiane ai novellini popolari, da quelle della Spagna al tempo del Sultanato di Siviglia al Pentamerone della Napoli seicentesca che incontra Shakespeare (forse di sangue siculo) fino alle farse cavaiole contrapposte alle mille e una notte.
Un mondo che sembra molto lontano, ma che da sempre è radicato.
in noi anche oggi nel social-web time dove forse tutto Passa e forse Poco Resta.
Così vogliamo raccontarvi di Caffè dove un tempo(non molto lontano) poeti musici cantori e scrittori si incontravano per scambiarsi idee proposte e scommettere sul futuro di quell'arte a loro sempre cara.Tradizioni-Evoluzioni-Comtaminazioni basate proprio sugli incontri, di porto in porto da mare a mare. Un immaginifico Atlante che si apre tra muse e musiche.Dalle Passioni Amorose et Guerriere alle Passioni del Sacro Popolare e fino al Divertissement e alle Canzonette tardo romantiche. Mondi e Modus che tanto hanno dato alla nostra tradizione musicale da sempre attraversata da parte a parte tra Colto e Tradizionale tra Corte e Cortile tra Fede, Folclore e Rappresentazione, senza mai dimenticare però ne la Radice nell’Identità, nè L’Appartenenza. Un voyage tra musica e parola dove questi due mondi si incontrano e si rappresentano. Graziassaie.
Ideazione e Direzione Nando Citarella
Nel programma della settimana ogni giorno sarà presente accantro a Nando Citarella un gruppo Folck ospite.
Food&Folk prg con i suoi cuochi musici
accompagnerà e aprirà il viaggio con piccoli assaggi di cibo povero (il cibo dei cantori, dei pellegrini, dei cuntisti, dei repentistas, dei cuenteros e dei cantastorie) che veniva offerto in cambio del loro Narrar Cantando.



PROGETTI MUSICA E TEATRO
dal 15 al 19 aprile 2020 mercoledì – giovedì – venerdì h 21 - sabato h 19 – domenica h 17

La Fabbrica dell'Attore – Teatro Vascello
Ovidio Heroides Metamorphosys
Testi di Ovidio
Musiche da Bach a Piazzolla
con Manuela Kustermann e Cinzia Merlin al pianoforte

Metamorphosys
Un viaggio di trasformazione attraverso la musica, oltre il tempo. Una profonda riflessione artistica sul concetto di mutamento, di cambiamento e trasformazione.
Metamorphosys libera la musica dagli schemi. Riflettendo il rapporto tra passato, presente e futuro, attraverso una nuova consapevolezza estetica lo proietta verso nuovi orizzonti. Un atto musicale unico che scorre in forma rapsodica attraverso il tempo e senza tempo, creando legami e connessioni tra compositori apparentemente lontani. Il profondo e viscerale legame con il repertorio classico, la sua identificazione musicale in esso e lo slancio verso la contemporaneità di nuove forme artistiche, sono il fondamento di un’indole creativa che indirizzano la pianista Cinzia Merlin verso nuove esplorazioni. Il rapporto tra l’arte musicale classica e le nuove tendenze artistiche contemporanee, la portano ad una profonda riflessione sul concetto di mutamento, di cambiamento e trasformazione.
Metamorphosys mira ad esprimere un’evoluzione interpretativa nuova, conferendo al repertorio classico un’estetica innovativa che nasce dalle nuove influenze artistiche contemporanee, ma con uno slancio verso il futuro. Attraverso una sintesi artistica tra passato e contemporaneo, metamorphosys vuole re-interpretare la tradizione classica, impermeandola del cambiamento e della mutazione artistica attuali come valore aggiungo ad essa.
Con Metamorphosys Cinzia vuole rompere le “barriere” della musica colta ed aprirne le porte ad un pubblico molto più ampio, generalmente non avvezzo alle grandi sale da concerto, ed avvicinandole ad un mondo ormai troppo fossilizzato nel cliché elitario che lo circonda. Attraverso questa nuova visione e attraverso la contaminazione la musica arriva ad un pubblico molto più ampio e attraverso la contaminazione riesce ad arricchirsi di un potere comunicativo ancora più forte.



PROGETTI MUSICA
20 aprile 2020 lunedì h 21

CALENDARIO CIVILE CIRCOLO GIANNI BOSIO Il disastro di Chernobyl
BOB DYLAN, PIOGGIA E VELENO
Da “A hard Rain’s a-Gonna Fall” alla ballata popolare italiana
di e con Alessandro Portelli
e con: Piero Brega - voce, chitarre
Susanna Buffa - voce, chitarra, autoharp
Sara Modigliani - voce

Un concerto che è un'esplorazione di una delle più grandi canzoni di Bob Dylan e del suo rapporto con la ballata popolare di tradizione orale: letture dal libro di Portelli e folk ballads si susseguiranno, in un confronto serrato con le forme della canzone narrativa popolare e della sua storia plurisecolare partendo dal «Testamento dell’avvelenato», di cui si trova traccia nell’Italia del Seicento col titolo di «Lord Randal». Questa ballata, che appare come la radice dell'ispirazione dylaniana, seguendo i canali propri della tradizione orale si è infatti diffusa in tutto il mondo anglosassone arrivando infine in America. Il concerto rende conto di questi percorsi e di tutti i passaggi che Dylan compie per arrivare alla scrittura del suo capolavoro, evidenziando la sua visione della storia e del futuro - dall’incombente minaccia nucleare ai disastri ecologici del nostro tempo - e mettendo in luce il rapporto che il grande folksinger intrattiene con i linguaggi della musica, della poesia, dell’industria culturale. I temi affrontati in "Hard Rain" si svilupperanno in altre sue celebri canzoni, che verranno eseguite assieme a canti narrativi della tradizione italiana in cui si affrontano temi simili, evidenziando la rete di legami che collega le tradizioni popolari del mondo occidentale.



PROGETTI DANZA
27-28 aprile 2020 h 21

Dancing Partners
Dancing Partners è un progetto in rete avviato nel 2013 per la promozione della danza contemporanea da parte di un team di artisti consolidati di diverse nazionalità. Concepita come iniziativa itinerante, DP fa tappa in ognuno dei Paesi coinvolti (Spagna, Svezia, Inghilterra e Italia) in cui a seguito di una residenza temporanea, luogo di scambio e confronto tra i vari artisti nella sede della Compagnia ospitante, sono programmate performance laboratori, incontri, dibattiti con il pubblico stesso e con gli studenti avvicinati nelle attività di formazione del progetto. DP ha così non solo un fine di promozione del lavoro degli artisti coinvolti, ma un forte radicamento nei territori toccati con attività di formazione di settore oltre che del pubblico. I partner sono Thomas Noone Dance (Spagna), Norrdans (Svezia) e Company Chameleon (Inghilterra) e Spellbound Contemporary Ballet ( Italia) .. Le diverse componenti, si trovano a lavorare e mescolarsi in progetti dove il comune denominatore sulla condivisione di un pensiero artistico comune prevale sull’etichetta del singolo ma soprattutto dove l’aspetto della pluralità porta a sostenere iniziative diffuse per l’avvicinamento del pubblico e la promozione della cultura contemporanea: show case in strada, lezioni e incontri presso scuole e università, laboratori per bambini così come per adulti e prove aperte sono solo alcuni dei contenuti che DP accosta alle rappresentazioni di spettacolo nei diversi paesi coinvolti. Dal 2018 il progetto ha avviato un nuovo processo di indagine creativa rivolto a programmi di co-creazione tra le quattro compagini già sperimentati a seguito di due residenze rispettivamente in Svezia e Spagna, modello che si propone di esportare anche in altre geografie attingendo così alle diverse influenze artistiche delle diverse identità locali nell'approcciare la creazione.

NOTE SULLE COMPAGNIE OSPITI

SPELLBOUND CONTEMPORARY BALLET (ITALIA)
Nasce nel 1994, dietro volontà del coreografo Mauro Astolfi che fonda la Compagnia al rientro da un lungo periodo di permanenza artistica negli Stati Uniti. A partire dal 1996 Astolfi condivide il progetto produttivo con Valentina Marini con cui la Compagnia avvia un processo di intensa internazionalizzazione e di collaborazioni trasversali. Forte di una cifra stilistica inconfondibile esaltata da un ensemble di danzatori considerati tra le eccellenze dell’ultima generazione, Spellbound si colloca oggi nella rosa delle proposte italiane maggiormente competitive sul piano di una dialettica internazionale, espressione di una danza che si offre al pubblico con un vocabolario ampio e in continua sperimentazione, convincendo le platee dei principali Festival di Europa, Asia, Americhe. L’ensemble si avvicina al venticinquennale di attività, un arco di tempo in cui alla produzione di spettacoli di danza ha unito da sempre e con sempre maggiore interesse progetti di formazione ed educazione sia del pubblico che di almeno due generazioni di danzatori. Le attivita’ di Spellbound, oltre alle creazioni di Astolfi, abbracciano una serie di produzioni e progetti in rete con altri artisti e istituzioni su scala internazionale, come il recente “La Mode”, installazione a firma di Tomoko Mukayiama e Tojo Ito che ha inaugurato il National Taichung Theater a Taiwan nell’ottobre 2016. Le attivita’ di produzione sono inoltre sostenute dal Ministero per i beni e le Attivita’ Culturali e del Turismo a partire dal 2000.

THOMAS NOONE DANCE (SPAGNA)
Thomas Noone Dance (TND) è una compagnia di danza contemporanea che porta in scena il lavoro dell’omonimo coreografo Noone con l’obiettivo di costruire un’emozionante danza fisica. Dalla sua nascita, nel 2001, TND ha sviluppato uno stile inconfondibile che coniuga un’elevata capacità tecnica dei ballerini a una ricerca su un linguaggio capace di suscitare emozioni utilizzando il corpo come mezzo di espressione artistica andando a produrre oltre 32 creazioni tra spettacoli di formati maggiori e piece per famiglie. Dal 2008 infattila compagnia è sempre più attiva in progetti socio-culturali utilizzando la danza come strumento di integrazione e coesione, con particolare interesse per i giovani e la danza inclusiva. Dal 2006 TND è diventata compagnia residente al SAT! Theatre, passaggio che ha permesso un notevole ampliamento del repertorio e la messa in scena di nuove iniziative con lo scopo di esplorare obiettivi culturali e socio-educativi diversi per creare ulteriori metodi per comunicare con il pubblico.

NORRDANS (SVEZIA)
Norrdans è una compagnia di danza con sede nel nord della Svezia. La sua missione è quella di presentare al grande pubblico produzioni di danza contemporanea di alta qualità in tutte le sue forme e con un ampio ventaglio di firme autorizzi Fin dall’inizio, nel 1995, la struttura ha prodotto un gran numero di spettacoli spaziando da coreografi di grande valore internazionale a progetti curati da nuovi talenti cui dare spazio per produrre. L' obiettivo è infatti quello di offrire differenti esperienze e di esplorare e sviluppare continuamente l’incontro tra la danza contemporanea e il pubblico. La compagnia ha sede ad Härnösand, ma è spesso in tour a livello regionale, nazionale e internazionale. Norrdans fa parte della rete NMD - Norrlands nätverk för Musikteater och Dans. Norrdans fa parte inoltre del Scenkonst Västernorrland, un’istituzione culturale regionale di proprietà del County Council di Västernorrland e del comune di Sundsvall. Le produzioni della Compagnia hanno il sostegno dell’Arts Council svedese e del comune di Härnösand e dal 2018 è diretta dal coreografo Martin Forsberg.

COMPANY CHAMELEON (INGHILTERRA)
“Come un camaleonte cambia colore, così anche noi cambiamo il nostro: il contesto - che sia un quartiere popolare o un palco - il medium - sia film o performance dal vivo - attraverso tutti i diversi stili in cui operiamo cerchiamo sempre di scoprire nuovi modi di rappresentazione.” La compagnia Chameleon, fondata e diretta da Anthony Missen e Kevin Edward Turner crede nel Dance Theatre come metodo fondamentale per il cambiamento sociale. Il loro lavoro permette allo spettatore di sperimentare l’arte della danza, affrontando in modo creativo i problemi e le difficoltà. La compagnia Chameleon porta dunque in scena storie, racconti e archetipi alla vita con bellezza, forza e intensità. Il loro lavoro ha lo scopo di colmare il divario tra la danza teatrale contemporanea, gli artisti e il pubblico. L’ispirazione per il loro lavoro è di ampio respiro: osservazioni sociali, domande sulla condizione umana, identità e concetti astratti.



PROGETTI DANZA
5-10 maggio 2020 martedì - mercoledì – giovedì – venerdì h 21 - sabato h 19 – domenica h 17

SPELLBOUD
Vivaldiana
Coreografia Mauro Astolfi
Musica Antonio Vivaldi
Disegno Luci Marco Policastro
Realizzazione manichino Chiediscena Scenografie
Ideazione e Realizzazione scultorea componenti manichino Mauro Vizioli
Costumi Mélanie Planchard
Assistente alla coreografia Alessandra Chirulli
Orchestra Orchestre de Chambre du Luxembourg
Produzione Les Théâtres de la Ville de Luxembourg; Spellbound Contemporary Ballet & Orchestre de Chambre du Luxembourg con il contributo di Mibac

SPELLBOUND CONTEMPORARY BALLET
Nasce nel 1994, dietro volontà del coreografo Mauro Astolfi che fonda la Compagnia al rientro da un lungo periodo di permanenza artistica negli Stati Uniti. A partire dal 1996 Astolfi condivide il progetto produttivo con Valentina Marini con cui la Compagnia avvia un processo di intensa internazionalizzazione e di collaborazioni trasversali. Forte di una cifra stilistica inconfondibile esaltata da un ensemble di danzatori considerati tra le eccellenze dell’ultima generazione, Spellbound si colloca oggi nella rosa delle proposte italiane maggiormente competitive sul piano di una dialettica internazionale, espressione di una danza che si offre al pubblico con un vocabolario ampio e in continua sperimentazione, convincendo le platee dei principali Festival di Europa, Asia, Americhe. L’ensemble si avvicina al venticinquennale di attività, un arco di tempo in cui alla produzione di spettacoli di danza ha unito da sempre e con sempre maggiore interesse progetti di formazione ed educazione sia del pubblico che di almeno due generazioni di danzatori. Le attivita’ di Spellbound, oltre alle creazioni di Astolfi, abbracciano una serie di produzioni e progetti in rete con altri artisti e istituzioni su scala internazionale, come il recente “La Mode”, installazione a firma di Tomoko Mukayiama e Tojo Ito che ha inaugurato il National Taichung Theater a Taiwan nell’ottobre 2016. Le attivita’ di produzione sono inoltre sostenute dal Ministero per i beni e le Attivita’ Culturali e del Turismo a partire dal 2000.

LES THÉÂTRES DE LA VILLE DE LUXEMBOURG
L’eclettica programmazione dei Théâtres de la Ville cerca di rappresentare tutto ciò che viene suonato, cantato e danzato sul palco con la massima qualità e rispondere alle esigenze di un pubblico in continua crescita. Con un programma incentrato sulla qualità e la diversità, i Théâtres de la Ville si sono guadagnati negli anni una solida reputazione con i loro partner internazionali e hanno potuto stabilire collaborazioni con molte altre prestigiose case di produzione e programmazione e festival. I Théâtres de la Ville hanno l’obiettivo di alimentare la vitalità creativa della scena nazionale, coinvolgendo attivamente i talenti locali nelle coproduzioni internazionali. Inoltre, sono stati compiuti notevoli sforzi per consentire ai progetti locali di girare all’estero alimentando costantemente partnership con altre sedi europee. Questa strategia di fusione tra creazioni “domestiche” e coproduzioni internazionali ha permesso al Grand Théâtre e al Théâtre des Capucins di aumentare la visibilità del Lussemburgo sia nella Grande Regione che in tutta Europa, e ha anche permesso a giovani artisti lussemburghesi di lavorare a livello internazionale promuovendoli al di là delle frontiere, grazie agli ottimi rapporti con i loro partner.

NOTE DI REGIA
DA PARTE DEL COREOGRAFO MAURO ASTOLFI

In questo nuovo progetto l’idea principale è lavorare ad una parziale rielaborazione ed una integrazione dell’universo Vivaldiano attraverso sonorità contemporanee . Così come Vivaldi era assolutamente consapevole di andare ben oltre i limiti del proprio tempo in un mondo di razionalità, non si preoccupava assolutamente di muoversi contro corrente e fu proprio qui la sua genialità. Da qui l’idea di rielaborare la sua architettura musicale cercando di restituire all’opera musicale le caratteristiche dell’unicità di Vivaldi. L’aspetto che mi interessa e mi diverte portare in scena e’ tutta la quantità di enormi pettegolezzi che c’erano all’epoca sul suo conto. Si raccontava: di un Vivaldi prete che lascia improvvisamente l’altare sul quale officiava e corre in sacrestia per scrivere il suo tema , quello che aveva in mente in quel preciso momento...per poi tornare a finire la messa. Venne denunciato all’inquisizione che però fortunatamente lo giudica come un musicista cioe’ comunque un pazzo e si limita a proibirgli di celebrare Messa. Ho trovato in questo aneddoto una insuperabile fonte di ispirazione per dare forma a una ricerca, in danza, che ponesse insieme i diversi aspetti dell’universo vivaldiano armonizzandone il lato prettamente artistico con le declinazioni umane più istrioniche e talvolta folli. Vivaldi fu il primo musicista che componeva col preciso intento di stimolare il gusto del pubblico. Non di assecondarli, ma di stimolarli.



MAI PIU' SOLI - MAGGIO CORSARO PROGETTI TEATRO
mar. 12/5/2020 h 21
merc. 13/5/2020 h 21
giov, 14/5/2020 h 21
ven. 15/5/2020 h 21
sab. 16/5/2020 h 19
dom. 17/5/2020 h 17

La consuetudine frastagliata dell’averti accanto
di Marco Andreoli
diretto e interpretato da Claudia Vismara e Daniele Pilli
produzione: La Fabbrica dell'Attore teatro Vascello in collaborazione con Ipoliakov

La consuetudine frastagliata dell’averti accanto di Marco Andreoli, è un testo complesso e bellissimo, che ci ha entusiasmato e rapito fin dal primo momento in cui ci siamo riuniti con l’autore per leggerlo assieme. Difficile anche sintetizzarlo, visti i suoi innumerevoli piani di lettura.
Potremmo dire che è un testo che parla di coppia, di quell’universo criptico che sono le relazioni, del loro lento disgregarsi, dell’ostinazione con cui a volte ci si accanisce per mantenere con se stessi una facciata, una parvenza di felicità… ma sarebbe riduttivo, perché La consuetudine frastagliata dell’averti accanto è molto di più. Dovremmo allora dire che parla del tempo, di fisica quantistica, di possibilità, di quelle scelte che si compiono nella vita e che una volta compiute la segnano per sempre. Di quanto un istante a volte faccia la differenza tra la vita e la morte. Un uomo sulla quarantina, Elia, studente di fisica applicata, solo davanti al pubblico, racconta di quando, quella stessa mattina, ha infilato un tagliacarte a forma di scimitarra birmana giù per la gola del professor De Marchi, il suo mentore, colpevole quest’ultimo di aver rifiutato la sua relazione sulla scomposizione del tempo “in unità sempre più minime, ma pur sempre osservabili e-in fin dei conti-controllabili”. Si apre una porta. Segue una nota fastidiosa e un lunghissimo silenzio. Ed ecco che il racconto ricomincia da capo, conducendoci però questa volta all’interno di una casa. La casa di Elia. Dove ad attenderlo c’è Laura, altra protagonista di questa storia, in tenuta da casalinga disperata e decisamente anni ’80 nel look. Indossa un grembiule in fretta e furia. Quindi apre la porta. I due si salutano: “Cielo e mare…”, “Universo…”. Sembrano le battute di < uno spot scadente. E forse lo sono. Un uomo, una donna e una cucina. Questi gli elementi della nostra storia. Il pubblico segue l’avvicendarsi del loro rapporto, attraverso una narrazione frastagliata e frammentata che pindaricamente balza avanti e indietro nel tempo, costringendo gli spettatori a ricostruire con minuzia e attenzione quanto accaduto durante il loro primo incontro, il 9 luglio 1982 in un bar, “anzi no: in un circolo universitario in cui la somministrazione degli alcolici non è affatto interdetta”. Una sciarpa rossa segna inesorabilmente il destino di uno dei due personaggi e diventa lo spartiacque tra ciò che avrebbe potuto essere e ciò che non sarà mai. Una possibilità mancata. La dilatazione di un istante. E una vita assieme. Queste tre cose, assieme, sono La consuetudine frastagliata dell’averti accanto. Lo spettacolo è stato presentato in anteprima il 23 e il 24 novembre 2018 a Roma a Carrozzerie n.o.t.



merc.20/5/2020 h 21 PROGETTI TEATRO
giov. 21/5/2020 h 21
ven. 22/5/2020 h 21

L'uomo più crudele del mondo
drammaturgia e regia di Davide Sacco
con Mauro Lamanna e Gianmarco Saurino
Una produzione La Fabbrica dell’Attore Teatro Vascello
e T.T.R. il Teatro di Tato Russo
in collaborazione con Teatro Bellini, Tradizione Teatro e Divina Mania

“UNA SCRITTURA DA THRILLER” LA STAMPA
“UN MECCANISMO PERFETTO” EMILIANO BRONZINO
“UN AVVINCENTE E SNELLO MECCANISMO A OROLOGERIA” L’AVVENIRE

SINOSSI:

Una stanza spoglia, in un capannone abbandonato. I rumori della fabbrica fuori e il silenzio totale all’interno. Paul Veres è seduto alla sua scrivania, è l’uomo più crudele del mondo, o almeno questa è la considerazione che la gente ha di lui. Proprietario della più importante azienda di armi d’Europa, ha fama di uomo schivo e riservato.Davanti a lui un giovane giornalista di una testata locale è stato scelto per intervistarlo, ma la chiacchierata prende subito una strana piega.“Lei crede ancora che si possa andare avanti dopo questa notte… lei crede che questa vita domani mattina sarà la stessa che viveva prima?” dirà Veres al giornalista.In un susseguirsi di serrati dialoghi emergeranno le personalità dei due personaggi e il loro passato, fino a un finale che ribalterà ogni prospettiva.

NOTE DI REGIA:
Fino a dove può spingersi la crudeltà dell’uomo? Qual è il limite che separa una brava persona da un bestia? A cosa possiamo arrivare se lasciamo prevalere l’istinto sulla ragione? Queste domande mi hanno guidato durante la stesura del testo e, successivamente, nella direzione degli attori. Volevamo che il pubblico fosse costantemente destabilizzato e non avesse certezze, che si calasse insieme ai personaggi in un viaggio in cui il rapporto tra vittima e carnefice è di volta in volta messo in discussione e ribaltato. La “feccia” di cui parlano i protagonisti non è visibile nella scena, fatta essenzialmente di luci fredde e asettiche, ma deve emergere gradualmente fino al finale, in cui speriamo che il titolo dello spettacolo possa diventare nella testa degli spettatori non più un’affermazione ma una domanda per riflettere sulla natura del genere umano.

Davide Sacco
Regista e autore. Diplomato all’ICRA Project di Michele Monetta si forma come aiuto regista di importanti registi tra cui Massimo Popolizio, Geppy Gleijeses e Tato Russo. Dirige spettacoli di cui è autore con date in vari teatri d’Italia, tra cui il Lirico di Ferrara, il Teatro Sannazaro di Napoli, i Teatri Parioli e Vittoria di Roma. Dirige da tre anni il Lunga Vita Festival a Roma e il Mercato dell’Arte e della Civiltà all’interno del Napoli Teatro Festival.

Mauro Lamanna
Attore, regista e autore. Diplomato al Centro sperimentale di Cinematografia di Roma e specializzatosi all’estero tra Shanghai e New York, inizia a lavorare in teatro come attore e regista. Ha recitato in serie televisive nazionali e internazionali.

Gianmarco Saurino
Attore formatosi al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma. Collabora con diversi esponenti della scena teatrale italiana come Collovà, Cavosi, Giannini, Sabelli, Grossi e Di Maio, prima di approdare al grande pubblico televisivo grazie a ruoli da protagonista in diverse fiction Rai: Non dirlo al mio capo 2, Che Dio ci aiuti 4, C’era una volta Studio Uno.

PROGETTI MUSICA
26 – 27 – 28 - 29 maggio 2020 h 21

Soul
More than Gospel e un ensemble di musicisti diretti dal maestro Vincenzo De Filippo

Il concerto si apre con il canto di una donna non identificata di Pisticci (Mt) tratto dalla collezione Lomax/Carpitella mentre all’apertura del sipario un coro di 60 elementi, un quintetto di ottoni, un quartetto di sax, piano, sintetizzatori, chitarra, basso e batteria attaccano A change is gonna come di Sam Cooke.
Il prologo rappresenta l’essenza di tutto il concerto, il cui concetto base è l’esplorazione di quel misterioso elemento orfico presente nel blues, nel jazz e in generale nella black music che non è solo tecnico ma soprattutto istintivo, “spirituale” quindi inspiegabile.
More than Gospel ed il maestro De Filippo applicano il metodo già sperimentato in Landscapes e Rock Symphony di attraversare i generi musicali: sinfonico, etnico, rock seguendo un chiaro filo conduttore che in questo concerto è la cosiddetta musica dell’anima: il “soul”.

Informazioni per la Prenotazione

Il Teatro Vascello riserva quindi ai SOCI ARS IN URBE condizioni agevolate per l'acquisto di biglietti per gli spettacoli della stagione teatrale 2019-2020:
Prezzo € 15,00 anziché € 25,00 per la prosa e anziché € 20,00 per la musica e danza.
Prezzo € 12,00 per la rassegna di Letture delle Novelle Italiane eseguite da Vittorio Viviani.

Informazioni e prenotazioni:
Per usufruire dell’agevolazione è necessario esibire, in biglietteria documentazione idonea ad attestare l’appartenenza all'associazione (tessera in corso di validità).
Per una eventuale prenotazione il biglietto ha un costo aggiuntivo € 1.00.

Ufficio Stampa e promozione: Cristina D’Aquanno
E-Mail: Indirizzo E-mail
cell. 340.5319449 - 065881021 – 065898031
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